Verrebbe quasi da dire che lo smart working potrebbe essere la svolta più tangibile tra i cambiamenti imposti dal covid-19. Sarà così? Direi proprio di no, viste le difficoltà enormi cui è sottoposto l’universo lavorativo. Diciamola tutta, il ritardo in questo settore è del tutto evidente e tale da non assicurarne un immediato decollo. Le aziende stentano a riorganizzarsi, i sindacati fanno la propria parte, il lavoratore non sempre è entusiasta del nuovo.

La portata della novità

 La novità con la quale siamo chiamati a misurarci non è solo una questione italiana. Riguarda l’intero globo.  E poiché, su questi temi, già da tempo siamo la “Cenerentola” d’Europa direi che ben accorti dovremo essere per guadagnarci un più ampio prestigio.

Così come la Sanità e la Scuola, anche la digital transformation subisce una politica che, presa da beghe e propaganda quotidiane, si defila, in maniera irritante, quando c’è da garantire il futuro dei propri cittadini. E’ di pochi giorni fa la nascita di un decreto del governo che consente, con poche limitazioni, il ricorso al lavoro da casa fino al 31 luglio facendo a meno persino di accordi tra dipendente ed azienda. Questo, appunto, dimostra la portata del provvedimento che, se pure apprezzabile, rimane circoscritto a pochi mesi. E’ di tutta evidenza la mancanza di misure, strumenti e procedure. Non risulta al momento alcun protocollo che possa indicare un iter da adottare. Mancano gli accordi e i contratti da siglare con l’avallo dei sindacati. Un ostacolo di non poco conto se pensiamo che lo smart working per essere tale dovrebbe svolgersi senza vincoli di luogo e di tempo.

Un modo del tutto nuovo di intendere il lavoro che verosimilmente andrebbe a generare un vero e proprio progetto che, se da un lato offre una collaborazione più fattiva e coinvolgente per entrambe le parti, dall’altro potrebbe far rimpiangere il vecchio cartellino marcatempo. Ne seguiranno, per questo, trattative di certo lunghe ed estenuanti che allungherebbero i tempi di realizzo. A meno che non venga rimosso il lavoro dipendente per fare spazio a rapporti di consulenza: autorevoli esperti sarebbero di questo parere.

Ma, stando ai sondaggi, a fine emergenza buona parte delle aziende italiane tornerebbe, allo status quo prima dell’emergenza. Rifiutando in sostanza qualsiasi sforzo di tipo organizzativo, negando oltretutto la possibilità di rendersi partecipe della trasformazione digitale. Si tratta per lo più di piccole e medie aziende cui risulta più difficile rinunciare alla consolidata presenza fisica del personale dipendente. E nelle realtà più evolute saranno indispensabili aggiornamenti professionali, simposi, seminari, corsi di formazione, know-how.

Conseguenze positive e negative

La nuova modalità comporterebbe una drastica diminuzione degli spostamenti dei lavoratori pendolari.

Con conseguenze positive sull’inquinamento dell’aria. I costi per carburanti e per tickets si abbasserebbero in maniera notevole. Abolendo i tempi “morti” di trasferimento se ne potrebbero creare altri di natura e utilità diversi. Come quelli per accudire i figli, praticare sport, dedicarsi al bricolage, cenare più spesso con amici.

Attenzione però: sono già emerse situazioni familiari divenute ingestibili con il lavoro svolto da casa. Non sempre gli spazi della propria dimora risultano idonei per gestire la novità. E gli stessi strumenti non sono facilmente condivisibili col resto della famiglia.

La novità più grossa dello smart working, come accennato, è data dalla sua stessa definizione. Si tratta di un lavoro da svolgere in modalità “anytime anywhere” (ovunque, senza vincolo orario) non da tutti gradito. Che neutralizza il confine tra la sfera lavorativa e quella familiare portando ad amalgamarsi due mondi eterogenei per natura. Quest’ultimo aspetto mi sembra sia il più importante, se si tiene conto che gli italiani, per genesi e per cultura, si mostrano solo di rado inclini a novità così radicali. Ne deriva che una scarsa preparazione di base, strumenti a volte inadeguati ed una politica pressoché assente facilmente deluderanno le enormi aspettative riposte per un vero eventuale salto di qualità. Costringendoci, ancora una volta, alle espressioni del “ciò che si fa” con “quello che si dovrebbe fare”.

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